Quadra - Alternative Dispute Resolution

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Quadra opera dal 2003 come provider privato ADR (Alternative Dispute Resolution)
per la gestione e mediazione delle controversie e dei conflitti civili e commerciali

Quadra amministra procedure di mediazione, arbitrato ed expertise
e promuove la diffusione della cultura ADR svolgendo formazione di alto livello

21-11-2015

ORGANISMI: ORGANIZZIAMOCI A DIFESA DELLA MEDIAZIONE

Per il mercato italiano della mediazione (cioè per l’offerta di servizi consistenti nella messa a disposizione di un terzo che possa aiutare parti in conflitto ad affrontare le questioni che li dividono, nei più diversi settori) certamente il 2010 è stato importante. In quell’anno infatti è stata implementata dal Governo la direttiva 2008/52 che richiedeva agli Stati membri di “promuovere la composizione amichevole delle medesime incoraggiando il ricorso alla mediazione e garantendo un’equilibrata relazione tra mediazione e procedimento giudiziario”.
L’iniziativa comunitaria non costituiva una novità in termini assoluti – la mediazione nelle sue forme moderne era praticata e conosciuta in diversi Paesi già da decenni – ma nel panorama europeo ha costituito senz’altro un punto di svolta, visto che era la prima volta che veniva così fortemente sollecitata la creazione di canali alternativi al tradizionale impianto giurisdizionale (tribunali, giudici, avvocato, …) per la gestione di controversie di natura civile e commerciale.
Sino al 2010 in Italia la mediazione (intesa, ripetiamo, nelle sue forme ‘moderne’ visto che di per sé è all’evidenza fenomeno antico) era assai poco conosciuta e praticata. Vi erano forme assai poco efficienti di mediazione istituzional-burocratica (fra tutte la ‘conciliazione’ praticata negli uffici provinciali del lavoro) e tentativi un po’ più moderni messi in atto presso le Camere di Commercio. Ma poca cosa, tutto sommato. In particolare, la prestazione professionale, indipendente di servizi di mediazione era appannaggio di meno di una decina di persona, di regola formate all’estero, che ricevevano incarichi o direttamente dalle parti interessate o tramite un pugno di centri, soprattutto privati, funzionanti sul modello degli ADR centers di altri Paesi (in particolare USA e Regno Unito).

Il decreto 28/2010 con cui appunto la direttiva 52 è stata implementata ha creato uno tzunami. Nel giro di qualche anno i centri ADR (denominati “organismi”) hanno oltrepassato il migliaio ed i mediatori formati alla bell’e meglio un numero imprecisato (mancano i dati ufficiali) ma comunemente ritenuto superiore al 10'000. Per di più, nell’estate 2013 il Governo ha avuto la bella idea di stabilire che gli avvocati iscritti all’albo (ca. 240.000) sono da considerarsi “di diritto” mediatori e quindi la cifra dei potenziali prestatori di servizi di mediazione si è notevolmente innalzata.
Invero l’Italia ha regolamentato il mercato prevedendo l’intermediazione obbligatoria dei centri: gli utenti non possono ingaggiare direttamente un mediatore (salvo  non optino per l’esperimento di una mediazione extra decreto 28 – il che non è comunque una brutta idea in molti casi), ma debbono pe forza rivolgersi ad un organismo che amministrerà l’intera procedura.
Gli organismi si son trovati così in una privilegiata posizione rafforzata anche dal fatto che l’esperimento di una mediazione è stato previsto come passo obbligatorio prima di poter avviare una causa in determinate materie (invero, come noto, tale obbligo è stato presto ridotto alla sola partecipazione ad un incontro informativo preliminare).
Tale posizione privilegiata si è rivelata tale solo di facciata. Progressivamente gli organismi - soprattutto quelli privati, che ovviamente hanno in genere meno ‘capacità di resistenza’ di quelli pubblici - hanno realizzato che, tra oneri burocratici e tariffe stabilite d’autorità, non solo era difficile produrre reddito in misura interessante, ma pure era difficile mantenere un equilibrio economico finanziario. Non sorprendentemente il numero degli organismi ha registrato un calo (alla fine del primo trimestre 2015, ne risultavano registrati 900 di cui due terzi privati ed un terzo pubblici).
Un fatto evidente è l’assenza di una rappresentanza unitaria degli organismi. Certo, quelli pubblici (attivati presso camere di commercio ed ordini professionali) fanno storia a sé e difficilmente hanno gli stessi problemi di quelli privati; ma questi ultimi costituiscono pur sempre la parte rilevante dei soggetti sul versante dell’offerta e stupisce che non abbiamo  trovato modo di coordinarsi anche considerato l’evidente continua pressione sui sono sottoposti da parte di chi la mediazione intende, a loro danno, boicottarla.
Invero nel web è possibile trovare una miriade di associazioni che vorrebbero assumere la rappresentanza degli organismi. Spesso sono frutto di iniziative personali e la rappresentanza è risibile.
Il problema pare risiedere nel fatto che manca ancora una cultura della mediazione in questo Paese oltre che una pratica decentemente lunga che permetta di delineare con lucidità un ruolo per centri e mediatori. Il tutto aggravato dallo schizofrenico andamento della normativa e da una crescente tendenza alla burocratizzazione / istituzionalizzazione delle procedure.

Noi a Quadra riteniamo che sia grandemente opportuno avere un ‘luogo’ dove gli organismi possano confrontarsi ed elaborare strategie comuni. Riteniamo che la mediazione, comunque la si voglia disciplinare, debba preservare i suoi caratteri fondanti ed unici, e cioè il fatto di aiutare parti in conflitto (i) a prendere decisioni autonome su come gestirlo e possibilmente evitarne le ripercussioni negative e (ii) recuperare, per quanto possibile, un rapporto umano basato sul reciproco rispetto.
Vediamo con preoccupazione la crescente ‘proceduralizzazione’ ed ‘avvocatizzazione’ della mediazione perché, se altri divengano i valori di riferimento (es. il contenimento del contenzioso giudiziario, la difesa dei diritti, la protezione della parte ritenuta debole, …), aumenta il rischio di veder sacrificato il principio fondamentale dell’autodeterminazione. E se questo cade, la mediazione francamente non ha più ragion d’essere: ci sono altre procedure che possono essere validamente usate o create, in alternativa (riti giudiziari, arbitrati vincolanti o no, …).

L’evoluzione della normativa italiana sulla mediazione riflette, a nostro avviso, un crescente allontanamento dal principio di autodeterminazione. La mediazione tende a diventare sempre più un discorso ‘legale’ e sempre meno un luogo di libero confronto per i diretti interessati.

Pur non condividendo il monopolio legale di cui godono gli organismi, riteniamo che al momento attuale (e presumibilmente nei prossimi decenni) essi comunque siano utili e possano contribuire efficacemente alla crescita della mediazione ed alla diffusione dei valori su cui essa si fonda. Da parte nostra, quindi, la massima disponibilità a lavorare per creare una rappresentanza unitaria che li difenda.